Usura delle articolazioni veloci (spalla, polso, gomito e mano): cause e rimedi

Il movimento è la causa del logorio graduale delle cosiddette articolazioni veloci ovvero la spalla, il gomito, il polso e la mano. La terapia conservativa, con l’impiego di tutori, riveste un ruolo importante per tutte le articolazioni ad eccezione della spalla.

Cosa provoca l’usura delle articolazioni?

Con l’avanzare dell’età l’apparato muscolo-tendineo subisce un graduale quanto ineluttabile degrado. Le cause sono fisiologiche ma anche legate all’usura degli organi di movimento a seguito di un’intensa attività lavorativa, sportiva e via dicendo.

Capsule articolari, legamenti e tendini sono una componente importante dell’apparato muscolo-tendineo che agisce sullo scheletro e induce il movimento. Con il passare degli anni le nostre articolazioni cominciano a usurarsi e quindi i tendini e le capsule articolari che fanno capo a queste articolazioni subiscono contemporaneamente lo stesso processo. Per le grandi articolazioni – quelle della colonna, delle anche e delle ginocchia – è il peso del corpo a provocarne l’usura; può poi incidere la componente genetica e il sesso. Nell’uomo magari perché ha svolto nel corso della sua vita un’attività lavorativa logorante; nella donna a seguito di quei cambiamenti ormonali tipici della menopausa.

Per quanto riguarda invece le articolazioni più piccole come spalla, gomito, polso, mano, caviglia e piede non è tanto il peso corporeo a determinarne il logoramento, quanto il movimento in sé. Se quindi le grandi articolazioni, quelle del carico, subiscono un maggior logoramento a livello osseo, quelle più piccole – che potremmo definire della “velocità” – si logorano a carico dei tendini delle capsule articolari e dei legamenti; questo comporta indicazioni terapeutiche diverse, meno protesizzazioni (come avviene per esempio a livello della testa del femore o del ginocchio) ma terapie più conservative come uso di tutori, terapie fisiche e, nei casi più gravi, il ricorso alla chirurgia.

I problemi più ricorrenti a livello della spalla interessano la cuffia dei rotatori, cioè quell’insieme di muscoli e tendini inseriti sulla testa dell’omero che innesca tutti i movimenti dell’articolazione. Col tempo questi tendini si usurano e possono funzionare in maniera scorretta compromettendo la meccanica articolare.

Ristabilire il corretto funzionamento dell’articolazione significa lavorare sulle “due squadre in campo”, quella più interna costituita dai tendini della cuffia dei rotatori e quella esterna rappresentata da muscoli come il deltoide, il pettorale, i muscoli posteriori della spalla, il gran dorsale ecc. Quindi sono necessarie ginnastica e rieducazione, accompagnate da terapie fisiche per ridurre infiammazione e dolore; segue poi un successivo potenziamento dei gruppi muscolari interni ed esterni.

Quando però il dolore è importante e il quadro clinico più compromesso, a seguito per esempio di una rottura tendinea (che può scaturire da un trauma o più comunemente in seguito all’età e all’usura) l’intervento chirurgico è inevitabile. La chirurgia applica delle metodiche scelte in funzione del quadro clinico che permettono la riparazione tendinea o il modellamento osseo della struttura articolare con l’obiettivo, in questo caso, di creare le condizioni idonee per fare in modo che le strutture articolari residue possano lavorare al meglio e sinergicamente. L’utilizzo di ortesi è limitato al classico reggispalla prescritto nella fase infiammatoria acuta o nel post-operatorio.

Più complesso è l’approccio terapeutico per la mano e il polso. È sorprendente pensare al numero di ossa e di articolazione che costituiscono la nostra mano. Dopotutto è proprio grazie a questa estrema complessità che l’uomo ha a disposizione un organo raffinatissimo, probabilmente l’apoteosi del movimento. Pensiamo ai gradi di libertà del polso, alla possibilità unica tra gli animali di opporre, nella mano, il pollice alle altre dita. Una conquista che ci permette di afferrare con maggiore o minor forza, di regolare finemente la presa.

Un organo molto complesso che, proprio per l’elevato numero di articolazioni in gioco, può dare origine a parecchie patologie. Tra queste c’è la rizoartrosi, una patologia molto comune che colpisce l’articolazione trapezio-metacarpale rappresentata dalla degenerazione della cartilagine articolare del trapezio: un osso che, proprio grazie alla sua forma a “sella”, consente al pollice un numero molto elevato di movimenti. Questa capacità di movimento determina, con l’avanzare dell’età, il deterioramento della cartilagine articolare. Si tratta di una patologia complessa perché non interessa esclusivamente il trapezio ma tutta la struttura articolare, quindi la capsula articolare, i legamenti, i tendini e il carpo, con la sua complessa struttura anatomica. La rizoartrosi riguarda tutto il primo pilone della mano, dove l’impiego di un tutore svolge un ruolo preponderante.

Il tutore mette a riposo quella parte compresa tra il primo raggio della mano e il polso, contribuendo a ridurre l’infiammazione. Può essere morbido se vogliamo concedere un certo grado di movimento, oppure rigido in stoffa o in plastica termoformata se l’obiettivo è quello di immobilizzare l’articolazione. È chiaro che, a lungo termine, il tutore non sarà sufficiente di per sé ad risolvere la patologia; quando il trattamento conservativo non porterà più benefici si dovrà quindi ricorrere al trattamento chirurgico. La chirurgia dell’artrosi del pollice prevede una vasta gamma di opzioni a seconda dell’evoluzione e della degenerazione articolare e delle esigenze funzionali del paziente.

L’intervento conservativo con l’uso di tutori più o meno rigidi è l’indicazione terapeutica anche per la Sindrome di De Quervain. Si tratta di una tendinite provocata da stenosi del canale che ospita due tendini: l’estensore breve e l’abduttore lungo del pollice. La stenosi impedisce il normale scorrimento del tendine e provoca dolore nei movimenti di estensione del pollice. Come per la rizoartosi, l’inefficacia a lungo termine del trattamento conservativo per contenere l’infiammazione porterà all’intervento chirurgico: questo avrà come obiettivo l’apertura e la pulizia del lume canalare per consentire lo scorrimento tendineo.

Di indicazione chirurgica si parla anche per le dita lunghe della mano. Anche le dita lunghe, che hanno un minor grado di movimento rispetto al pollice – estensione e flessione – possono manifestare problemi con l’avanzare dell’età. I tendini flessori ed estensori infatti vanno incontro a fenomeni di usura e possono causare un’infiammazione prima acuta e poi cronica. L’infiammazione cronica porterà alla deformità tendinea e non sarà più possibile lo scorrere in strutture tubuliformi chiamate canali digitali. Parliamo del quadro del “dito a scatto”, una malattia causata dalla deformazione della guaina sinoviale che circonda il tendine del dito colpito. Una patologia spesso dolorosa che, nei casi più gravi, può determinare un vero e proprio blocco funzionale del dito interessato. Il trattamento può essere di tipo conservativo con la tutorizzazione del dito interessato, con una steccatura che mantiene il dito in posizione estesa; questo, come già visto, può favorire la riduzione dell’infiammazione tendinea. In una fase successiva possono anche essere consigliati dal medico esercizi che favoriscano la mobilità articolare, ma nel caso in cui il problema non si risolva sarà necessario l’intervento chirurgico con l’apertura e la pulizia del lume canalare per consentire nuovamente lo scorrimento tendineo.

Per le patologie del carpo il trattamento conservativo con l’uso di polsiere è il primo step di un percorso terapeutico che può, in ultima istanza, prevedere l’intervento chirurgico. La tutorizzazione è indicata anche nella radiocarpica, dove si usano polsiere semirigide oppure morbide. La scelta di una polsiera che consenta un certo grado di libertà è indicata nelle tendiniti di minore entità, ovvero in quelle infiammazioni acute che si manifestano improvvisamente a seguito di un lavoro inconsueto e che rispondono bene anche alla terapia farmacologica, dove una polsiera elastica serve da conforto e da guida verso la guarigione.

Quando invece l’infiammazione articolare e tendinea è molto profonda, con produzione di liquido sinoviale, sarà necessario immobilizzare l’articolazione con una polsiera rigida steccata che calzi dal primo raggio della mano al polso. L’immobilizzazione rappresenta un primo passo della terapia che potrà prevedere in seconda battuta, con la riduzione dell’infiammazione, tecniche di fisioterapia o l’intervento chirurgico in relazione a patologia e diagnosi».

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