Artrite vs Artrosi: riconoscere e curarle

Artrite vs Artrosi

Come imparare a riconoscerle

 

Artrite o artrosi? Il dolore alle articolazioni è un’incognita per molti pazienti.
Ma sono davvero la stessa cosa o hanno in comune solo una parte del nome? Scopriamolo!

Molte persone confondono spesso l’artrosi con l’artrite reumatoide. Ovviamente, non sono la stessa cosa, sia per le cause che per la tipologia.
Mentre l’artrite è una patologia autoimmune, l’artrosi è data dall’usura progressiva della cartilagine articolare.

Il dottor Maurilio Bruno, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia della Mano II all’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, ci parla delle caratteristiche delle due patologie soprattutto da un punto di vista diagnostico e chirurgico.

 

Cosa differenzia artrite e artrosi?

Esistono molte differenze tra le due patologie, ma tutto comincia a partire dalla diagnosi. Quando la paziente, per lo più di sesso femminile, si presenta dal chirurgo della mano, lo fa innanzitutto perché si accorge di un inestetismo doloroso della mano. Le zone maggiormente coinvolte sono:

  • Le articolazioni a livello della trapezio-metacarpale (la “pinza” tra il pollice e il secondo dito, ndr), che comincia a deformarsi e a lussarsi oltre che a dolere.
  • Le articolazioni che si trovano prima dell’unghia (interfalangee distali).

Fino ad arrivare alle zone meno coinvolte:

  • Le articolazioni che si trovano all’altezza della fascia centrale delle dita (interfalangee prossimali).
  • Le articolazioni metacarpo-falangee (nocche, ndr).

 

Qual è la differenza tra artrite e artrosi da un punto di vista diagnostico?

L’artrosi, cioè quella patologia da usura articolare dove il consumo progressivo della cartilagine porta lentamente alla devastazione dell’articolazione, è legata fondamentalmente ad un aspetto genetico (molto più accentuato nella donna che nell’uomo) e colpisce maggiormente le articolazioni trapezio-metacarpale e le interfalangee distali.

Quando parliamo di artrite reumatoide, invece, ci si riferisce a una patologia di tipo disreattivo, autoimmune e cronico, cioè dove il soggetto stesso crea, per errore, degli anticorpi che colpiscono sia la parte capsulo-legamentosa dei tendini sia la cartilagine dell’osso (in particolare, le interfalangee prossimali e le metacarpo falangee).

Già da un punto di vista diagnostico, l’aspetto dell’artritico rispetto all’artrosico è differente. Ovviamente nell’artrosi, l’instaurarsi di questi dismorfismi è relativamente rapido, mentre nell’artrite, grazie soprattutto alla farmacologia e alla diagnosi precoce, queste lesioni si sviluppano molto lentamente nel tempo ma tendono comunque a peggiorare. Nell’artrosi, una volta deformate, queste articolazioni invece si stabilizzano.

Se nell’artrosi il dolore dipende dall’alterazione meccanica del gioco articolare, nell’artrite comincia spontaneamente perché tutti i tessuti sono malati (capsula, tendini, legamenti e osso).

 

Quando si ricorre alla chirurgia?

Una volta esauriti i mezzi fisici a cui si può ricorrere per trattare l’artrosi (onde d’urto, paraffina, magnetoterapia, tecarterapia, etc.) senza aver ottenuto beneficio, si passa alla fase della terapia chirurgica.

Il punto è che si ha a che fare con un osso sclerotico, duro, deformato, ma solido, asciutto, sano dal punto di vista meccanico. Mentre nell’artrite, una volta superata la fase farmacologica, incappiamo nell’impossibilità di ricorrere a terapie fisiche perché andremmo ad alterare dei meccanismi delicatissimi che si vengono a creare nell’articolazione artritica.

Per questo si sconsiglia la fisioterapia. Nemmeno la kinesi e la ginnastica sono utili perché i legamenti e le capsule sono talmente assottigliati e rovinati che questo tipo di attività potrebbe portare addirittura a un peggioramento. Dovremmo passare, anche in questo caso, alla chirurgia.

 

Quali sono le procedure chirurgiche più utilizzate?

Mentre è possibile nell’artrosi, con tessuti deformati ma fondamentalmente asciutti e sani, ricorrere alle artroplastiche (cioè al rimodellamento dell’articolazione), alle artrodesi (cioè alle fusioni ossee) o alle protesi (anche se sempre più raramente), nell’artrite reumatoide si può sostanzialmente ricorrere a due mezzi chirurgici.

Il primo è la sinoviectomia, ovvero rimuovendo la membrana sinoviale malata che all’interno dell’articolazione procede a rovinarne le strutture. La sinovia è la membrana che, trovandosi all’interno dell’articolazione, è adibita alla produzione del liquido sinoviale che contiene tutti i fattori di mantenimento e di crescita della cartilagine. Per questo è importante che questa si mantenga sana. Quando, nell’artrite reumatoide, comincia ad ammalarsi e a produrre fattori anomali aggressivi nei confronti delle strutture articolari, è necessario limitare il danno rimuovendola.

In seguito, siccome le deformità avanzano, esistono due possibilità: riparare queste articolazioni attraverso l’impianto di protesi articolari oppure ricorrere all’artrodesi, cioè la fusione ossea dei capi articolari. Ovviamente, la protesi consente di rimuovere il dolore, sostituire per quanto possibile l’osso malato, concedendo una certa articolarità. Con l’artrodesi si rinuncia totalmente al movimento articolare in favore di una stabilizzazione dell’osso e si può effettuare su tutte le articolazioni. L’obiettivo del trattamento dell’artrosi è quello di salvaguardare e ripristinare tutte le articolazioni senza ricorrere a protesi, attraverso l’artroplastica oppure con piccole artrodesi. Nell’artrite reumatoide, viene sacrificato il movimento per togliere il dolore e cercare di concedere una maggiore funzionalità, per quanto possibile. Sono due aspetti completamente diversi, ecco perché è importante definire la diagnosi e le diverse possibilità terapeutiche.

 

Queste patologie possono interessare anche i giovani?

L’artrite reumatoide colpisce sempre di più soggetti giovani (età post adolescenziale, ndr), quindi abbiamo a che fare con necessità di bloccare il progredire della malattia e questo lo si fa in due modi: da una parte attraverso la figura del reumatologo con la farmacologia, dall’altra con la figura del chirurgo che si occupa principalmente della parte “meccanica”.

Come già detto, il primo momento è rappresentato dalla sinoviectomia, cioè da una riduzione dell’attività sinoviale malata (cosa che fa la farmacologia, ma qualche volta bisogna farlo chirurgicamente).

Andando avanti con l’età e con il progredire della malattia e della sua cronicizzazione, purtroppo, bisogna cercare di intervenire sul dolore, limitandolo e garantire una certa funzionalità; questo lo facciamo attraverso l’impianto di protesi e le artrodesi.

Nel soggetto anziano, con una storia lunga e cronicizzata di artrite reumatoide e danni avanzati, si ricorre ad altri interventi rispetto al paziente giovane. L’artrite reumatoide ha una componente genetica e una componente di ripetitività familiare.

È appannaggio del reumatologo valutare il paziente clinicamente, attraverso l’esecuzione dei test reumatici ematologici (VES, presenza di anticorpi lesivi per la cellula, prodotti metabolici di cellule malate nell’artrite). Questo consente di avere una grande raffinatezza diagnostica.

I chirurghi, invece, devono eseguire i test di base e inviare il paziente dal reumatologo per la tipizzazione della patologia spesso molto complessa, rimanendo a disposizione per l’eventuale necessita’ chirurgica successiva.

 

Esistono delle complicanze legate all’atto chirurgico?

Vi sono complicanze dovute soprattutto alla tenuta dei tessuti che si vanno a trattare. Essendo questi malati, le capsule non tengono bene le suture così come i legamenti non tengono bene le ricostruzioni e l’osso ospita male anche le protesi.

La problematica più importante è avere a che fare con un nemico di cui non si conoscono né la consistenza né la reattività. Quello che viene trattato oggi, durante l’intervento, ha un’evoluzione imprevedibile già dai primi giorni successivi all’intervento, quindi l’evolutività di questi tessuti malati purtroppo rappresenta una grande incognita nella chirurgia.

Altra problematica è che si tratta di soggetti in cui l’immunità non è nella norma e quindi tutti coloro che presentano delle comorbidità (cioè malattie concomitanti come, ad esempio, il diabete) sono più esposti, perché possono contrarre eventuali infezioni da germi anche ematogeni, cioè circolanti nel sangue.

La capacità di difendersi contro i germi è sicuramente compromessa e inferiore rispetto al soggetto artrosico che ha un corredo anticorpale sano. Questo comporta delle problematiche gestionali anche dopo l’intervento. Somministrare un carico di antibiotici in soggetti nei quali anche fegato e reni possono essere compromessi richiede attenzioni diverse rispetto al soggetto artrosico.

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